TIDAL Rising: Maggio

TIDAL Rising: Maggio

Nella scena musicale Italiana del 2019 c’è un nuovo territorio che sta diventando piano piano il più fertile della scena; è un terreno dove i semi sono del rap, ma che viene innaffiato con l’indie rock e il risultato sembra sempre sorprendere, per originalità e freschezza.
Maggio è l’ultimo uscito da questa scena, ma si è creato da subito tanto hype, quel chiacchiericcio da addetti ai lavori che hanno intuito che qui sta nascendo una nuova stella.

Con TIDAL Rising cerchiamo di farvi incontrare e conoscere gli artisti che avranno successo domani: per questo abbiamo deciso di fare una chiacchierata con Maggio e, ovviamente, l’abbiamo inserito nella nostra playlist di artisti Rising, che siamo sicuri faranno cose importanti nel 2019: cliccando qui, potete ascoltare tutta la playlist.

Di seguito trovate la nostra intervista e una playlist che Maggio ha realizzato solo per noi.

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Come ti sei avvicinato alla musica? Quando hai iniziato a scrivere?
Mi sono realmente avvicinato alla musica una volta finite le scuole medie. Prima di ciò ascoltavo un po’ quello che passava la radio, ma con interesse relativo, a parte quello per i Green Day (per mia sorella) e Avril Lavigne (primo disco acquistato volontariamente, non me ne pento). Arrivato in liceo mi trovavo più a mio agio col cercare nuova musica piuttosto che col parlare con le persone. In più arrivava una di quelle ondate riguardanti l’emo dove mi tuffai a capofitto per poi arrivare in lidi totalmente estranei a me, tra sigur rós, múm, Billie the Vision and the Dancer e tutte cose che trovavo in giro. Di certo dei gruppi che porto con me saranno sempre gli Yellowcard e i Nada Surf. Per la testa avevo sempre in mente qualcosa che sarebbe potuta essere una specie di incipit di un testo in prosa o in versi ma di base non cominciavo mai. Poi nel 2011 all’ultimo anno iniziai a scrivere davvero un sacco perché mi piaceva una ragazza, ma evidentemente dovevo ancora imparare a socializzare, perciò immaginavo e basta. Scrivevo cose piuttosto imbarazzanti, ma col tempo iniziavo ad apprezzarmi in qualcosa che facevo.

Fai parte del collettivo Klen Sheet; chi sono i membri e come è nato questa squadra?
Klen sheet sono ngawa, zteph, ratematica, p lo bro e maggio. Di ritorno da un viaggio a Milano mi chiamarono per dirmi che il mio cane (Klen) stava male. Tra sensi di colpa e rimorsi per non averlo potuto salutare io e Ngawa decidemmo di dare una piccola svolta alle nostre vite da fancazzisti per creare qualcosa. Un giorno dopo o due mi venne in mente “klen sheet”. Col tempo poi, e col mio trasloco al nord, ho conosciuto gli altri ragazzi. P lo bro andava invece al liceo con me ed è il primo che ha letto bene o male tutte le cose che gli passavo quando andavamo al liceo.

Il tuo stile è molto originale e non ha eguali nella scena rap Italiana. Qual è il tuo rapporto con la scena rap Italiana? Chi sono i tuoi rapper preferiti?
Mi fa piacere se viene ritenuto originale. Di base non ho fatto altro che metabolizzare certi tratti che apprezzavo in altri artisti per poi farli miei, ma la maggior parte non provengono dalla scena rap. Questo non perché non apprezzi la scena italiana, ma piuttosto perché non riesco realmente a rispecchiarmi in cose che poi non fanno parte del mio essere. Mi sentirei falso ad attingere da una fonte che in qualche modo non riesco ancora a vestire. Tutto questo nonostante il rap italiano credo sia il genere che dal liceo ad oggi ho più ascoltato. Quando uscirono Tedua, Rkomi e Izi capii che potevo esprimermi come volevo, che era il momento giusto per impratichirsi. Di certo hanno giocato un ruolo importante anche perché a mio modo di sentire le cose, hanno un’indole che in certi momenti ritrovo comune a me. Oltre a loro apprezzo un sacco Bresh, Vaz Tè, Massimo Pericolo, se parliamo dell’ultimo periodo. In generale però ho sentitissimi ricordi se penso a un tot di dischi come Il cuore e la fame di Egreen, In the panchine, Sindrome di fine millennio (Uomini di mare), Turbe giovanili (Fabri Fibra, sempre sia lodato) 950 (Fritz Da Cat), 60HZ (DJ Shocca), Lingua ferita (Lord Bean), Silenzio (Rancore & DJ Myke), #Bypass (Stokka & Madbuddy), Tora-ki (Raige & Zonta), Fino al collo (Brokenspeakers), The Midnight Chainsaw Massacre (Salmo), Tre stronzi mixtape (Ill Movement) e un sacco di altri a cui sono legato emotivamente. Uno dei rapper capi per scrittura per me sarà sempre Chicoria.

Come scrivi i tuoi testi? Scrivi a casa o in studio? 
In studio credo di aver scritto forse solo una volta. Al massimo aggiungo barre mancanti o ne sostituisco altre, ma non scrivo mai in studio. Scrivo a letto, in bus, per strada, ma mai in studio. È un gesto particolarmente personale che emerge quando riesco a pensare o quando il mio cervello vuole vomitare qualcosa. È un fatto di liberazione, sia in senso negativo che positivo, né posso realmente scegliere quando farlo. Fortuna vuole che sia logorroico e abbia veramente un sacco di cose che mi va di dire. Se sto male, probabilmente esce un bel pezzo, così non sto più male.

Porterai “manuale di sopravvivenza per fiati corti” anche in tour? Com’è impostato il live? Ti piace la dimensione dal vivo?
Dal momento in cui ho capito che stavamo per chiudere un EP ho iniziato ad avere l’ansia degli eventuali live. Un’ansia bella per carità, ma comunque un’ansia che ogni tanto mi ha portato a spaventarmi nei momenti più inaspettati, anche mesi prima del debutto al MI AMI il 24 maggio. Ho bisogno di un po’ di tempo per prendere confidenza con le cose, live compresi. Una volta salito però ho capito che dovevo semplicemente fare la cosa che mi piace fare, cioè rappare nel miglior modo possibile. A livello di gestione del palco c’è tanto da fare, ma per quello serve la pratica. Le persone si stanno interessando man mano al progetto e siamo super contenti che dal vivo il tutto assuma un aspetto realmente collettivo. Non siamo noi che suoniamo per la gente, ma siamo noi che suoniamo insieme alla gente. Ai live ci siamo io e zteph che si occupa dei beat, della chitarra e delle doppie/seconde voci. Senza di lui non farei nulla in pratica. Quando può si unisce a noi anche Ngawa a fare le doppie e con cui facciamo anche qualche feat. che a detta nostra spacca. E poi perché senza di lui non avrei mai iniziato a rappare. Dovevamo per forza chiudere il cerchio per aprire il prossimo. Ci siamo riusciti e questo non ce lo scorderemo mai, comunque vada.

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